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Giove e Ganimede: un grande amore per il mondo antico

Il 1700 fu un secolo incredibilmente vivace a Roma dal punto di vista artistico; crocevia di artisti, intellettuali, conoscitori e amanti dell’arte, la Città Eterna è stato un incubatore di idee che, sviluppandosi, hanno delineato la visione che abbiamo oggi dell’estetica classica.

(abbiamo già parlato dell’arte neoclassica in questo articolo)

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Per gli artisti e gli appassionati d’arte Roma era una delle tappe fondamentali nel viaggio alla scoperta della civiltà classica. Qui soggiornarono o risiedettero quasi tutti i grandi protagonisti dell’età Neoclassica. Tra questi si instaurarono relazioni che sarebbero poi confluite nelle più belle pagine mai scritte sull’arte e sull’antichità.

Jacques Sablet – Elegia romana (1791)

Roma e il mondo antico. Capitale della Bellezza.

Roma, abituata ad essere capitale culturale, nel corso del 1600 aveva perso il suo primato e la sua centralità politica. Nella seconda metà del 1700, però, tornò ad essere un punto di riferimento essenziale per la cultura europea.

Johann Heinrich Fussli – L’artista schiacciato dalla grandezza dei resti romani (1778-1779)

Erede dei valori estetici greci prima, centro della rinascita della cultura figurativa dopo la decadenza medievale poi, la città dei papi rappresentava il faro verso cui chiunque fosse in cerca di risposte era attratto. Artisti e intellettuali vedevano Roma come centro di una rinascita, non solo estetica.

È Roma, secondo me, la grande scuola di tutto il mondo; anche io sono stato illuminato e provato.

(Goethe, Italienische Reise, 1817 – Viaggio in Italia, 1948, vol. I, p. 174)

Johann Heinrich Wilhelm Tischbein – Goethe nella campagna romana (1786-1788)

Roma era la patria spirituale per tutti coloro che erano alla ricerca della grandiosità e della bellezza. Il viaggio a Roma costituiva un vero e proprio viaggio iniziatico; solo in questa città ci si poteva immergere nei resti della civiltà classica e fare propri i valori di grandiosità, moralità e bellezza.

Nasce la disciplina della Storia dell’Arte.

Se la produzione di arte in senso stretto era inevitabilmente influenzata da una situazione culturale di questo tipo, anche la disciplina della storia dell’arte, che proprio in questi anni si stava definendo, risentì dei sentimenti ispirati dalla maggiore conoscenza del mondo antico.

Anton Raphael Mengs – Ritratto di Winckelmann (1768-1777)

Anche Johann Joachim Winckelmann, autore tra l’altro di Storia dell’arte presso gli antichi (1764), risiedette a Roma; qui fu prima bibliotecario del cardinale Alessandro Albani e poi, dal 1764, Commissario alle Antichità dello Stato Pontificio. Fu un grande studioso della civiltà classica, e si schierò a favore di un’arte permeata di contenuti etici, dallo stile semplice e severo e in grado di esprimere gli ideali morali ed ideologici di una civiltà che riteneva superiore.

Nuove città e nuove ricerche.

Jacob Philipp Hackert – Le rovine di Pompei (1799)

Ma non era solo la città di Roma ad essere la meta privilegiata dei tanti viaggiatori e degli studiosi interessati alla civiltà classica. La riscoperta delle città sepolte di Ercolano e Pompei (nel 1738 e nel 1748), condusse a una smania per la ricerca che non conobbe pari. Gli eccezionali ritrovamenti di pitture murali scatenarono grande curiosità e discussioni sulle metodologie esecutive.

La diffusione di modelli derivanti da questi antichissimi dipinti fu capillare. Ovunque, in Europa, gli affreschi pompeiani ed ercolanesi divennero ben presto un oggetto del desiderio; la grande richiesta fece fiorire la produzione di repliche, composizioni in stile e addirittura falsi!

Giove e Ganimede.

In quest’ottica si inserisce l’affresco con Giove e Ganimede, opera di Anton Raphael Mengs. Si tratta di un falso, realizzato dall’artista per beffare il suo amico Winckelmann.

Mengs finse infatti il ritrovamento dell’affresco in uno scavo messo in scena a Portici. Winckelmann fu molto colpito dall’opera che riteneva antica, tanto che ne trattò in termini entusiastici anche nella prima edizione della Storia dell’Arte.

La motivazione che condusse Mengs a realizzare questo affresco non fu però di natura giocosa. L’artista era intenzionato a “dimostrare” come le teorie di Winckelmann sulla pittura antica fossero errate. Lo storico dell’arte, infatti, sosteneva che i romani non conoscessero la tecnica dell’affresco, ma che dipingessero a tempera su muro. Winckelmann non seppe mai dell’inganno subito, poiché solo in punto di morte Mengs confessò alla sorella della messinscena messa in atto alle spalle dell’amico (1779).

Il biografo di Mengs nel 1780 scrive di questa vicenda, ma non tutti ci credettero: nel 1812 Goethe cura una nuova edizione delle opere di Winckelmann e  inserisce questo affresco tra le opere antiche.

Bertel Thorvaldsen – Ganimede abbevera l’aquila di Giove

L’affresco con Giove a Ganimede è quindi molto più di un “gioco” tra intellettuali. Riflette pienamente, infatti, tutte le implicazioni di un’epoca complicata.

Mengs, realizzandolo, si confronta direttamente con gli artisti antichi; Wickelmann lo riconosce implicitamente come il più grande artista moderno, essendo in grado di dipingere come gli antichi.

Jacob Philipp Hackert – Veduta di Villa Albani (1779)

Lo storico dell’arte tedesco acquistò l’opera per la collezione Albani, ma dopo il 1811 se ne perdono le tracce. Lo Stato Italiano lo acquista all’asta nel 1895, credendolo una copia da Raffaello. Solo intorno al 1950 questo dipinto venne finalmente rimesso in relazione con le vicende ormai conosciute; nel 1972 furono ritrovati i documenti comprovanti la paternità di Mengs.

Il pensiero neoclassico.

La scelta del soggetto appare inusuale. Nel 1500 le scene raffiguranti Giove e Ganimede erano abbastanza frequenti, ma poi furono rapidamente abbandonate.

Raffaello – Giove e Ganimede (affresco della Villa Chigi)

Lo spazio è completamente riempito con le due figure, riconducibili a due diversi modelli.

La figura di Giove deriva chiaramente dal modello del Giove Capitolino. La statua era famosissima, e molto copiata dagli artisti del 1700. Il dio vi appariva seduto su un trono con uno scettro e un fulmine nelle mani, un manto copre i fianchi e le gambe. 

Nell’affresco di Palazzo Barberini, invece, è giovane, con barba e capelli ricci, muscoloso. Nella mano tiene una coppa o un vassoio. Il colorito terroso e acceso lo connotano come un uomo adulto. Il suo atteggiamento nei confronti di Ganimede è molto tenero.

Ganimede, al contrario, ha la carnagione molto chiara di un ragazzo. La figura è ispirata alla pittura vascolare greca: prospetticamente incongrua, è visto di spalle ma il volto e le gambe sono di profilo, quasi ad accennare un passo di danza.

Mengs unisce due iconografie antiche e diverse, mettendo in risalto la differenza di età tra i due protagonisti del dipinto.

La vera grandezza di Mengs è però nel momento che sceglie di rappresentare: non l’istante del bacio tra Giove e Ganimede, ma quello immediatamente precedente; in questo modo concretizza nella sua pittura tutto ciò per cui Winckelmann considerava gli antichi superiori anche al migliore dei moderni. La grandezza degli artisti dell’antichità non si realizzava solo nella tecnica, ma attraverso una serie di elementi, come la scelta del momento da rappresentare nelle scene dipinte o scolpite. Queste informazioni che non sono immediatamente riconoscibili nell’osservazione di un’opera d’arte sono quelle realmente importanti e che gli artisti moderni devono riuscire ad imparare dallo studio dell’antico; solo attraverso l’appropriazione del modus operandi dei grandi artisti si può parlare direttamente alla testa dell’osservatore. Non si tratta più di una banale narrazione degli eventi, ma l’inizio di una riflessione ben più profonda.

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